Storia di Billy: Capitolo #5

Il Sogno Americano.

I primi venti minuti di viaggio si svolgono nel più assoluto ed imbarazzante silenzio. Quindi mi mostro più debole e faccio per primo una domanda : “Quindi? Che fine hai fatto negli ultimi dieci anni? Adesso non vorrai continuare a fare il misterioso”. Billy si volta a guardarmi di sbieco, quindi risponde . “Perché sei così curioso di sapere i dettagli della vita di un’altra persona? Non sarebbe meglio prima conoscere i particolari della propria?”. Non capivo bene cosa intendesse dire, ma il messaggio era chiaro, quindi mi zittisco ed osservo la strada.

“Nei primi anni negli States ho lavorato molto” inizia “e lo facevo con l’obiettivo di raccogliere un gruzzolo che mi consentisse di inseguire il sogno di diventare uno scrittore”. “Si”, rispondo, “Questo lo so bene”. Quindi Billy continua il suo racconto, con voce ferma e calma : “Dopo appena due anni di turnazioni disumane al Fast Food, mi chiama un manager in disparte per farmi una comunicazione importante. Negli States le chiamano “opportunità”, ma in genere nascondono delle enormi fregature. Ma questo lo scopri con il tempo”.

Dunque gli chiedo: “E che cosa aveva da dirti questo manager?”. “Niente” mi risponde “semplicemente propormi, considerate le mie capacità e…bla bla bla, una crescita professionale. Diventare il vice direttore del Fast Food con addirittura delle prospettive di ulteriore crescita”. “Fantastico!”, dico con entusiasmo, “E’ proprio vero che l’America è la terra delle opportunità…”.

Ma Billy continua come se io non avessi detto nulla: “Effettivamente trascorre un altro anno e vengo nominato Manager. Promessa mantenuta. Lavoravo dalle 12 alle 14 ore al giorno in una condizione di stress e pressione davvero notevole. Ma, stupendomi di me stesso, tenevo botta come se lo avessi sempre fatto. E questa vita durò per altri due anni…”.

Billy si ferma come a riflettere, mi dà come l’impressione di essere davanti ad uno schermo cinematografico a riguardare le scene di un film. “E siamo a cinque” gli dico tentando di riportarlo sulla terra, ma non risponde come se fosse ipnotizzato. “Cinque anni, esatto.”, risponde, “Immerso in una tempesta perfetta. Avevo ormai dimenticato ogni motivo per cui ero partito per l’America. Mi ero trasformato in una macchina da lavoro. Ero carico ed esaltato, pronto a scalare ulteriormente la gerarchia aziendale e sociale”.

“E cosa successe a quel punto” gli chiedo. “Nulla” ribatte, “semplicemente che tutto accade. E divento responsabile di tutti i Fast Food della città, quindi di intere aree geografiche”. “Cazzo” mi scappa di dire “Avrai avuto un sacco di soldi!”. “Esattamente” mi conferma con soddisfazione, “davvero tanti. Auto di lusso, appartamento a Manhattan e donne, tante, troppe. Tutte bellissime, fratello mio. Una sorta di allucinazione durata per altri cinque incredibili anni”.

Billy si incanta nuovamente come guardando nel vuoto ma con un accenno di sorriso soddisfatto. Nel frattempo la Volvo aveva preso una strada collinare che non percorrevo da tantissimi anni. Da ragazzi raggiungevamo un posto specifico, dal quale era possibile vedere solo verde e montagne. Mi dava la sensazione che era propio lì che stessimo andando. La città spariva alle nostre spalle ed io e Billy avevamo un luogo in particolare a cui eravamo affezionati. Era un masso, una roccia grigia che sporgeva sul nulla come il becco di un avvoltoio.

Appollaiati in quel luogo mistico, un tempo, discutevamo per ore, sognavamo di viaggi e mestieri che avremmo fatto, di improponibili progetti da realizzare. Cantavamo ed urlavamo al vento. Eravamo dei selvaggi pronti ad aggredire la vita. Non riuscivo a credere che dopo tutti gli anni trascorsi senza più sentirci ed avere notizie l’uno dell’altro, senza alcun preavviso, mi sarei ritrovato nel medesimo posto come se nulla fosse successo. Come se tutto ciò che è accaduto nel mezzo non abbia alcuna consistenza. Come se solo gli estremi contino realmente.

“Eri realizzato…” gli dico, “non potevi chiedere di meglio”. “Si” mi risponde senza distogliere lo sguardo dalla strada, “ero realizzato ma non avevo realizzato”. “Cosa?” gli chiedo prontamente. “Che avevo davanti un burrone” ribatte, “e che un soffio di vento mi avrebbe fatto precipitare”. Non avevo il coraggio di continuare a chiedere. “Una malattia improvvisa?”, dico tra me e me, “o forse il fallimento della Company per cui lavorava, oppure ancora…”. Nel frattempo arriviamo a destinazione.

Billy apre il finestrino dell’auto e mi fa cenno di fare altrettanto. L’aria è davvero gelida ma la giornata è bellissima. Il cielo di un azzurro limpido e terso, il sole appena alzatosi ci acceca. Billy inforca i suoi occhiali da sole. Sembrano uguali a quelli che indossava da ragazzo. Montatura in osso, colore marrone, innesti in ottone. Siamo tornati indietro nel tempo. Non ho più alcun sintomo di nausea. Mi sento meglio e non ho preso farmaci. Un sorriso soddisfatto si stampa sul volto di Billy e mi rendo conto che per la prima volta da quando l’ho rivisto, anche io gli rivolgo un sorriso. Non ho più malessere diffuso.

“Tutto è corpo, Tutto è Mente”, sussurra Billy. Non riesco a capire come abbia fatto a percepire che inizio a sentirmi meglio, ma non credo abbia molta importanza a questo punto. Prendo coraggio, faccio un respiro profondo e tento di soddisfare la mia curiosità: “Il burrone di cui mi parlavi?”.

…Continua.

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Guglielmo Margio

Foto dal Sito Unsplash.com

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