La Corda e l’elefante.

Raffigurazioni della mente nella tradizione buddhista.

Avvicinarsi alla pratica della meditazione non è cosa semplice soprattutto per noi occidentali. A meno che non ci si accontenti di surrogati e scorciatoie, è consigliabile avere un minimo di conoscenza della tradizione buddhista, partendo prima di ogni cosa da ciò che si intende per meditazione.

La traduzione letterale del termine “meditazione” è “familiarizzare”. Un pò come si farebbe con qualcosa che non si conosce e deve essere avvicinato con cura ed attenzione prima di poterne avere il controllo. Ma davvero quindi si deve accettare di non conoscere qualcosa che ci appartiene dalla nascita? E’ realistico prendere atto che la nostra mente deve essere addestrata, addirittura “addomesticata”, e non va bene così per come la conosciamo? Sembra un controsenso se riportato ad un vivere quotidiano in cui appare tutto sotto controllo, tutto monitorato.

Nei testi e nelle raffigurazioni della tradizione Pali (una delle scuole di pensiero del Buddhismo) il processo di meditazione viene raffigurato con disegni che rappresentano animali, figure umane ed oggetti. L’animale protagonista è proprio l’elefante: un animale potente e pericoloso che se addestrato si trasforma in infallibile supporto anche nei lavori più pesanti. L’elefante, quindi, rappresenta la nostra mente. Ed in un processo graduale di meditazione che aiuta a controllarla viene raffigurato inizialmente di colore scuro ed imbizzarrito. Quindi, nel tempo e con la pratica della meditazione, diventa di colore bianco e soprattutto ubbidisce alle volontà di chi lo guida.

In molte storie buddhiste viene portato l’esempio di addestratori che legano il potente animale ad un palo con una corda molto resistente. L’elefante ovviamente si ribella a questa costrizione tentando con tutte le proprie forze di liberarsi. Lo fa per giorni sotto lo sguardo attento degli uomini che vogliono addomesticarlo. Nel tempo inizia a comprendere i propri limiti e viene quindi nutrito con cura sino al punto di essere liberato dai propri vincoli. Da quel momento non tenterà più di fuggire diventando il più affidabile e forte dei collaboratori. In questa analogia l’elefante rappresenta la mente, inizialmente selvaggia e pericolosa se non sotto controllo, la corda rappresenta la consapevolezza che collega all’oggetto della meditazione: il palo conficcato nel terreno. L’oggetto della meditazione è il respiro, perlomeno nelle prime fasi della meditazione.

In altre raffigurazioni l’elefante di colore nero è inseguito da un uomo che tenta con grandi difficoltà di afferrarlo con una corda. I soggetti si trovano davanti ad una strada piena di curve ed ostacoli e durante il tragitto altri animali (scimmie, conigli) sono protagonisti del disegno. Sono gli stadi che devono essere attraversati prima di avere ottenuto il totale controllo del meraviglioso animale. La scimmia che sale in groppa rappresenta ad esempio l’eccitazione, il coniglio il torpore: tutti momenti che avvengono con precisione scientifica durante una meditazione. Ma si tratta di studi molto approfonditi e di certo non adatti a chi vuole semplicemente iniziare a meditare.

Ciò che può servire è osservare e prendere consapevolezza di quanto poco si conoscano le potenzialità ed i pericoli di una mente incontrollata. Di quanto si dia per scontato di conoscersi profondamente e soprattutto di quanto beneficio può essere celato nell’ammettere di non avere il totale controllo di emozioni e stati d’animo. E di quanto utile possa risultare avere al proprio fianco un potente amico che ci supporta nei compiti più ardui, nelle salite più faticose.

Al Prossimo Post.

Guglielmo Margio

Foto dal sito Unsplash.com

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