Mandala.

La Sapienza del gesto, la consapevolezza che il risultato non debba durare nel tempo.

Tutto ha un inizio e tutto ha una fine, per poi ricominciare ad esistere in modo differente. Quando i monaci tibetani iniziano la composizione di una Mandala, questa raffigurazione del cosmo realizzata da sabbia colorata, sanno già che in seguito alla loro realizzazione ci sarà l’immediata distruzione. Per noi occidentali un’azione inspiegabile, poiché siamo afferrati al concetto di costruire per sempre, una sorta di delirio di eternità che non tiene conto di quello che invece risiede nella natura ultima delle cose: il non permanere per sempre, il continuo trasformarsi.

Eppure ognuno ne disegna uno “virtuale” in ogni giornata della propria esistenza. Si tracciano le linee di base, iniziando da cerchi concentrici racchiusi da linee di confine, poi, proprio come fanno i monaci “grattando” su delle cannucce, minuscoli granelli di sabbia colorata riempiono gli spazi vuoti.

Creare facendo attenzione ad ogni dettaglio, impegnare energie e concentrazione, spesso creatività, amore e fatica. Poi ritrovarsi a sperimentare un colpo di spazzola che mischia ogni dettaglio, che raccoglie un unico mucchio indistinto che, come appunto accade per i Mandala, viene disperso (i monaci lo fanno attraverso una cerimonia…) in un corso d’acqua che ogni cosa trascina via con sé.

E quindi, mentre noi occidentali ci sforziamo con ogni singolo muscolo della nostra mente e del nostro corpo a costruire una immagine di sé che duri, una reputazione, rapporti e posizioni, qualcuno, da millenni, ha compreso che tutto questo non è altro che un’illusione della mente. Una allucinazione che deriva da una diversa consapevolezza della natura, del suo continuo trasformarsi e non essere eterna, mai uguale a sé stessa.

Alla composizione del nostro personale Mandala prestiamo attenzione e su di lui, nel caso ci soddisfi, riponiamo le speranze che duri per sempre. Per lui saremmo disposti a morire, a difenderne ogni singolo granello. Perché sappiamo che è frutto di fatica, di amore, di aspettative e di speranze. Il disegno è riuscito, visto da ogni angolazione è di nostro gradimento. Ma probabilmente non è completo.

A volte invece vorremmo essere noi, adoperando il nostro libero arbitrio, ad essere i padroni della spazzola, a mischiare, a gettare in un corso d’acqua il Mandala che si è costruito. Perché il disegno non è quello che ci si era proposti di realizzare. L’universo che ne è derivato, il cosmo definito dai suoi contorni…non ci piace. Vorremmo disfarcene. E’ il risultato di anni in cui si sono affrontate difficoltà, amicizie ed amori più o meno contrastati, persone che sono entrate ed uscite dalla propria esistenza ma che hanno comunque lasciato un segno. Le esperienze negative…le definiamo così. Ma probabilmente il disegno non è completo.

Il colpo di spazzola del monaco avviene in un momento specifico, l’attimo in cui ogni cosa è al suo posto, ogni rituale è completo, la preghiere hanno cessato di riempire l’aria di suoni. Ma non è il destino che genera la conclusione, non è un colpo di vento improvviso ed inaspettato. E’ una azione ben determinata sin da quando il primo granello di sabbia si è posato sul piano. Un gesto consapevole e predeterminato. La stessa mano che ha costruito adesso distrugge, quella mano che ha posto attenzione alla posizione di ogni granello adesso non si cura affatto che esso non abbia più una sua funzione.

Comprendere, apprezzando, la forza di questi gesti non è quindi nichilismo, non significa dover credere che nulla duri nonostante gli sforzi. E’ avere la consapevolezza che nulla duri e quindi che sia nelle proprie mani la costruzione e persino la distruzione. Sino al ritorno al corso d’acqua, in cui tutto verrà trasportato e depositato nuovamente dove ogni cosa ha avuto inizio. Il greto di un fiume o una spiaggia in corrispondenza dell’unirsi con le onde del mare.

Al prossimo Post

Guglielmo Margio

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