Kintsugi

L’esaltazione delle linee di frattura.

Tra le antiche pratiche giapponesi, una su tutte racchiude un fascino particolare. Il Kintsugi è l’arte di riparare gli oggetti rotti attraverso l’uso dell’oro o di altri metalli preziosi. Grazie a questa pratica, ad esempio, un tazza di the che ha subìto un danno, non viene buttata via, ma riparata diventando un oggetto ancora più prezioso. La sua frattura, anziché nascosta, viene esaltata e resa ancora più visibile dall’oro. Non si nasconde agli occhi di chi la osserva ma si rende ancora più evidente. Nel Kintsugi si cela quindi una regola che vale anche per gli uomini. Perché si viene scalfiti dagli eventi…non c’è verso. E si cade e ci si rialza. Ed in quelle cadute è implicito il danno che lascia una cicatrice, una frattura, una lesione.

Foto Guglielmo Margio

Una venatura che attraversa l’anima e sulla quale viene naturale appoggiare stracci pesanti e teli che hanno l’obiettivo di celarla agli altri. Ma la frattura rimane lì. Ed è proprio quella l’elemento che differenzia da quegli “altri” a cui si vorrebbe nascondere. Che rende interessanti le storie. Sono le cadute che insegnano a camminare, sono loro che fanno avvincente un racconto che altrimenti suonerebbe banale.

Foto Guglielmo Margio

La tendenza all’occultamento porta a farlo. Perché? Perché si nasconde anziché evidenziare? Da bambini il cadere e sbucciarsi le ginocchia era un evento imprescindibile del gioco. Includeva, nell’attimo stesso in cui avveniva, la consapevolezza della guarigione. Cado, mi osservo, tolgo via lo sporco dalla ferita, ricomincio a giocare sapendo che è già in corso la guarigione. In questo concatenarsi di movimenti rimaneva però il gusto dell’eroe. In che senso?

Foto Guglielmo Margio

Da bambini si era fieri delle proprie ferite ed una volta guarite si andava a mostrare la cicatrice lasciata. Eroicamente, sguardo intenso, si raccontava come era avvenuto il fatto, gli amici e le amiche intorno che ascoltavano le gesta osservando la ferita. Una cicatrice era come un fuoco attorno al quale raccogliersi per raccontare storie, per ascoltare ed imparare come si faceva sin dalla notte dei tempi. Poi si cresce e nel diventare adulti ci si inizia a vergognare, come se da un certo momento in avanti la caduta, la frattura, il fallimento, non siano più accettabili. E si diventa tutti uguali, si spegne il fuoco intorno a cui raccogliere amici ed amiche. La magia finisce, ogni storia si somiglia.

Foto Guglielmo Margio

Il Kintsugi, l’esaltazione delle fratture subìte. E’ quanto di più imbarazzante può esistere in un mondo in cui la perfezione, le patinature, sono la regola condivisa ma mai accettata pienamente. L’uso di un filtro per cancellare le rughe, il raccontarsi nei propri successi e mai nei fallimenti, il rinnegare la possibilità che qualcuno, anche sbadatamente, possa urtare e far cadere in terra la nostra tazza di the. Non accettare la frattura, non avere la capacità di ripararla rendendola preziosa per poi mostrarla agli altri, significa banalizzare se stessi. Si è unici nelle proprie cicatrici. Sono il luccichio che ci rende visibili anche in lontananza.

Al prossimo Post.

Guglielmo Margio

LETTURE CONSIGLIATE:

Nel libro “Frattura” di Andres Neuman (Edizioni Einaudi) si parla in modo poetico e feroce proprio di questo argomento. Un anziano signore, Yoshie Watanabe, alla fine della propria esistenza costellata di fratture, va alla ricerca di quell’oro che esalti tutte le fratture subìte. E dopo anni di viaggi ed avventure, torna a Tokyo per riconciliarsi proprio con le sue ferite.

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