Il 44° Parallelo

Connessioni e catene invisibili.

Lo attraverso quasi senza accorgermene. Sono in auto ed un puntino marrone si avvicina, al centro una macchia bianca. Una banale indicazione sulla strada, come migliaia di altre. Mi avvicino ancora e leggo che lo sto attraversando mentre intorno il verde di boschi ingombranti, imbarazzanti nella loro bellezza ed invadenti della Toscana scorrono ai lati dei finestrini.

Ci sono in mezzo ed in quell’istante sono connesso con centinaia di migliaia di persone che si trovano su quella medesima ed immaginaria linea di confine. Sento come una forza che mi lega alla Bosnia, alla Cina. Sono un funambolo del globo in equilibrio su una corda immaginaria sospesa tra culture diverse, tra il giorno che mi riguarda e la notte di chi si trova in una posizione diametralmente opposta.

Fusi orari, cibi, odori ed abitudini che si intrecciano. In quell’esatto momento c’è chi sta portando fuori il cane, chi sta cenando tra gli aromi delle spezie e chi sta perdendo una persona cara, la sta salutando per l’ultima volta. Chi un lavoro ce l’ha e respira a pieni polmoni il successo e chi vorrebbe abbandonare tutto, perdersi senza essere più riconosciuto. Chi ama e chi sta odiando chi non lo ama più. Tutti su una striscia ad ascoltare se stessi, a vivere una condizione che sembra unica ed irripetibile e che invece ha una copia esatta e nascosta probabilmente solo a poche centinaia di metri di distanza.

Pensarsi su un parallelo, attraversarlo anche solo con la fantasia, serve. E’ un supporto alla consapevolezza che ogni condizione non è unica. C’è chi su quel medesimo parallelo ha vissuto negli anni passati, chi lo farà in quelli a venire. Chi ha trascorso vite piene o chi le ha viste svuotate da eventi burrascosi rimanendo in equilibrio. Il funambolismo non si impara in poche lezioni. E’ frutto di cadute e soprattutto dell’osservazione attenta di chi, il funambolo, lo sa fare già. Ma ci vuole umiltà e spirito di osservazione, capacità di concentrazione.

Pensarsi sul medesimo parallelo con altre centinaia, migliaia, milioni di persone. Un esercizio che serve a comprendere quanto inutile sia l’autocommiserazione in determinati momenti della vita. Attraversarlo per gioco, anche solo una volta nella vita, farlo davvero, a piedi o in auto o semplicemente utilizzando l’immaginazione. Per comprendere che c’è un filo, anzi qualcosa di molto più consistente, una catena che ci lega agli altri. Che per quanto distanti geograficamente ognuno senta gioia e dolore, viva successi e fallimenti, amori e delusioni, conquiste e perdite.

E che, qualunque sia il parallelo su cui ci si trova, in fondo si stia tutti in equilibrio e che ci si possa aiutare, anche solo con la consapevolezza di non essere soli durante il tragitto. Davanti qualcuno che anticipa, dietro altri che ci hanno preceduto sperimentando la medesima condizione.

Al Prossimo Post

Guglielmo Margio

Foto dal sito Unsplash.com

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