Siamo Ombre…

Vuote periferie dell’anima.

Siamo ombre, riflessi su un vetro. Riesci a malapena a scorgere i tratti somatici, solo i contorni delle spalle avvolti in cappotti scuri. Rannicchiati, avvolti da stoffe di carta. Ogni colore è stato annullato, un film in bianco e azzurro nel quale siamo stati catapultati, spinti con forza in vuote periferie senza abitanti. Il fiume scorre come sempre, lento. Adesso ne senti il rumore in maniera più nitida. I suoni che sino a qualche tempo addietro provenivano dallo strusciare delle suole, dai motori, dalle parole e persino dai pensieri oggi sono stati sostituiti da sirene che annunciano il nuovo caso in città. E noi come riflessi stiamo a guardare, le mascherine non lasciano trasparire alcuna emozione.

Foto di Guglielmo Margio

Non un sorriso, non una smorfia di disgusto. Persino la rabbia è diventata rara, noi che così facilmente ci lasciavamo trasportare da reazioni spesso ingiustificate. Siamo ombre, riflessi su un vetro. E la periferia vuota in cui si muove la nostra anima si rigira tra le coperte, passando da un divano ad una finestra. Quanti film avevamo visto su eventi apocalittici. Un Papa che alla finestra parlava al vuoto, al nulla che solo una grande paura può creare. I grandi della terra che brancolavano nel buio, così come solo la polizia americana sa fare nei sobborghi di Gotham City. Immagini di rivolte, ferro e fuoco come nell’ultima scena del famoso Joker annebbiano le nostre proiezioni di futuro. Fotogrammi di pellicole spesso dagli esiti scontati. Oggi in quei fotogrammi ci siamo noi, il volto confezionato, lo sguardo sospettoso e la distanza calcolata con precisione. In fila davanti ai santuari del consumo senza fiatare, gli occhi incollati all’ultima notizia che ci propone la notifica di una App dello smartphone.

Siamo ombre, riflessi su un vetro. Se provi ad afferrarci rischi di farti male perché allungando una mano andrai a sbattere su una barriera rigida e fredda. Allora non rimane altro che fermarsi e respirare, come dopo una lunga corsa. Mani sui fianchi, riprendere un pò di forze. Ed aguzzando la vista, tentando di contenere la luce accecante dei flash di ogni nefasta notizia, portando il palmo sulla fronte, proprio come si fa quando ci si vuole riparare dal sole di mezzogiorno, riuscire ad intravedere con maggiore chiarezza ciò che accade. Il riflesso sul vetro assume contorni definiti, quell’ombra che è il nostro vicino diventa più nitida riuscendo a comprenderne l’origine.

Perché nessuno è un ombra, non siamo riflessi su un vetro. Siamo solo bambini che hanno ricevuto una punizione, probabilmente eccessiva, in seguito ad una marachella. Ma come tutti i bambini, dopo aver pianto, strepitato ed esserci rinchiusi in un guscio, dimentichiamo. Perché i bambini non portano rancore verso chi li ha rimproverati, anche se hanno trovato ingiusto il trattamento ricevuto. Vanno avanti, tornano ad abbracciare senza alcun ricordo che inquini la loro gioia di correre, di ridere e di vivere. Vanno sulla luna con astronavi di cartone, sono medici di se stessi. Curano le ferite in autonomia trovando il meglio anche in una pozzanghera di fango. In quel riflesso sul vetro, in quell’ombra inafferrabile che Peter Pan inseguiva senza successo, ci sono loro, ci siamo noi che lo siamo stati…bambini.

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Guglielmo Margio

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